26 giugno 2007

Attaccamento



Il Buddhismo propone di liberare l'uomo dalla sua sofferenza spirituale attraverso l'indagine del mondo fenomenico. Questo significa conoscere le cose come stanno veramente. Se conosciamo che il fuoco a contatto con la nostra mano scotta, noi lo eviteremo in futuro. Lo stesso vale per le altre cose del mondo.
E cosa ci impedisce di avere una corretta visione delle cose, perpetuando all'infinito il nostro stato di sofferenza e ignoranza?
La risposta è: l'attaccamento.
Questa cosa dell'attaccamento può crearci dei problemi: specie noi occidentali abbiamo spesso delle difficoltà a comprendere il suo significato nell'ambito buddhista.
L'attaccamento nel buddhismo è un atteggiamento mentale, che ricalca in qualche modo la patologia nevrotica e ossessivo compulsiva.
Quindi da un certo punto di vista, soffriamo perchè siamo tutti un po' nevrotici! :)

Vi lascio a questi due brevi ma esaurienti scritti.

Attaccamento di Ajahn Brahm
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In lingua pali la parola in questione è UPADANA, che letteralmente significa “prendere”, “afferrare”. E’ comunemente usata per indicare un “carburante”, che sostiene un processo, come l’olio nella lampada è il carburante/upadana per la fiamma . E’ collegata con il desiderio (TANHA). Per esempio, il desiderio è allungare la mano per una deliziosa tazza di caffè, upadana è prenderla. Anche se pensiamo di poter posare di nuovo la tazza di caffè e anche se la nostra mano non è incollata con il mastice alla tazza, questo è sempre upadana. Abbiamo preso la tazza. L’abbiamo afferrata.

Fortunatamente non tutte le forme di upadana sono non-buddiste. Il Buddha ha individuato quattro forme di upadana: “attaccamento” ai cinque sensi, “attaccamento” a visioni distorte; “attaccamento” all’idea che la liberazione può essere raggiunta semplicemente attraverso riti e formule di iniziazione, e “attaccamento” all’idea di un sé. Ci sono molte altre cose che si possono “prendere” o nei cui confronti si può provare “attaccamento”, ma il punto è che solo queste quattro forme conducono alla rinascita, solo queste quattro forme costituiscono carburante per l’esistenza futura e per la continuazione della sofferenza, solo queste quattro forme devono essere evitate. Quindi “prendere” la pratica della compassione, “prendere” la pratica dei Cinque Precetti, dei molti precetti dei monaci e delle monache, o “prendere” la pratica della meditazione, questi comportamenti non sono contrari all’insegnamento buddhista ed è quindi scorretto scoraggiarli, considerandoli “attaccamenti”. In effetti prendere i Cinque Precetti significa, al contrario, lasciar andare i desideri grossolani come la lussuria, l’avidità e la violenza. Praticare la compassione significa lasciar andare l’essere centrati sul proprio sé. Praticare la meditazione è un lasciar andare il passato, il futuro, il pensiero e molto altro ancora. Il raggiungimento dei jhana è nulla di più che il lasciar andare il mondo dei cinque sensi per penetrare nella mente. Il Nibbana è il lasciar andare una volta e per sempre l’avidità, l’odio e l’illusione, cioè i semi della rinascita. Il Parinibbana è il lasciare andare definitivamente il corpo e la mente (i Cinque khandha). E’ sbagliato suggerire che queste tappe del lasciar andare non siano altro che attaccamenti.
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L'isola oltre la quale non si può andare di Ajahn Sumedho
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Ajahn Chah usava definire il Nibbana come la "realtà del non-attaccamento. Questo aiuta a inserirlo in un contesto, perché l’accento va posto sul fatto di risvegliarsi al nostro attaccamento, al nostro aggrapparsi perfino alle parole Nibbana o Buddhismo o pratica o sila o qualsiasi altra cosa.

Spesso si dice che la via buddhista è quella del non attaccamento. Ma questa definizione può diventare una prospettiva a cui ci attacchiamo, a cui ci aggrappiamo. E’ un circolo vizioso. Più tentate di dargli un senso, più la confusione si fa totale, a causa delle limitazioni del linguaggio e della percezione. Bisogna andare oltre il linguaggio e la percezione. E l’unico modo per andare oltre il pensiero e le solite emozioni è quello di esserne consapevoli, consapevoli dei pensieri, consapevoli delle emozioni. "L’isola oltre la quale non si può andare" è una metafora per definire questo stato in cui si è svegli e consapevoli, totalmente opposto al concetto di diventare svegli e consapevoli.

Nei corsi di meditazione, spesso la gente comincia con un atteggiamento sbagliato, che dà per scontate alcune esperienze mentali. Infatti può esservi l’idea che c’è un "io che si attacca e che ha un sacco di desideri. Perciò bisogna praticare per liberarsi da questi desideri, per smetterla di attaccarsi e aggrapparsi alle cose. Non bisogna attaccarsi a nulla". Spesso è da qui che si comincia. Cominciamo a praticare partendo da questa base e molte volte si finisce con l’essere disillusi e frustrati, perché basiamo la pratica stessa sull’attaccamento a un’idea.

Infine comprendiamo che, per quanto cerchiamo di liberarci dai desideri, per quanto cerchiamo di non attaccarci a nulla, qualsiasi cosa facciamo – diventare monaci, asceti, sedere ora dopo ora, fare ritiri uno dietro l’altro, fare tutto il possibile per liberarci da questa tendenza ad attaccarci – finiamo con l’essere frustrati, perché non abbiamo mai riconosciuto l’illusione che sta alla base di tutto ciò.
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La via della consapevolezza passa per il luogo in cui si riconoscono le condizioni così come sono. Semplicemente le riconosciamo e prendiamo atto della loro presenza, senza biasimarle o giudicarle, senza criticarle o approvarle. Sia positive che negative, lasciamo che siano come sono.
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Quando cominciai a praticare la meditazione sentii che avevo molta confusione, e volevo uscire da questa confusione, liberarmi dei miei problemi, e diventare uno senza confusione, uno che sapeva pensare chiaramente, uno che forse un giorno sarebbe diventato un illuminato. Questo fu l’impulso che mi portò verso la meditazione buddhista e la vita monastica.

Ma poi, riflettendo su questo punto, comprendendo che "io sono qualcuno che ha bisogno di fare qualcosa", cominciai a vedere che era una condizione creata da me. Era un presupposto, una teoria che io avevo creato. E se avessi agito da questa prospettiva, avrei senz’altro potuto sviluppare molte capacità e avrei senz’altro potuto vivere una vita meritevole, buona e benefica per me e per gli altri, ma, alla fine, sarei rimasto frustrato di non aver raggiunto il Nibbana.

Per fortuna l’intera vita monastica è basata sul fatto che tutto è diretto verso il presente. Impariamo continuamente a riconoscere e a confrontarci con le teorie che abbiamo su noi stessi. L’assunto che "io sono uno che deve fare qualcosa per diventare illuminato nel futuro" è la sfida più importante con cui confrontarci. Solo riconoscendolo come un pregiudizio creato da noi, la consapevolezza sa che è creato dall’ignoranza, dalla mancanza di comprensione. Quando vediamo e riconosciamo ciò totalmente, smetteremo di creare tali assunti.

Consapevolezza non vuol dire giudicare i pensieri o le emozioni, le azioni o le parole. Consapevolezza vuol dire conoscere queste cose completamente, che sono cioè ciò che sono, in questo preciso momento. Per questo ho trovato molto utile imparare ad essere consapevole delle condizioni senza giudicarle. In questo modo, viene riconosciuto pienamente il karma risultante dalle passate azioni e parole, così come si manifesta nel presente, senza aggiungerci nulla, senza farne un problema. Ciò che sorge, cessa. Nel momento in cui riconosciamo ciò e lasciamo che le esperienze cessino secondo la loro natura, la realizzazione della cessazione aumenta la fede nella pratica del non-attaccamento e del lasciare andare.

L’attaccamento che abbiamo, anche verso le scelte positive come il buddhismo, può essere considerato anch’esso un attaccamento che ci acceca. Ciò non significa che dobbiamo liberarci del buddhismo. Semplicemente riconosciamo l’attaccamento come attaccamento e vediamo che lo stiamo creando a causa dell’ignoranza. Man mano che si continua a riflettere su ciò, la tendenza verso l’attaccamento svanisce e la realtà del non-attaccamento, del non aggrapparsi, si rivela in ciò che possiamo considerare il Nibbana.

Se lo vediamo in questo modo, il Nibbana è qui e ora. Non è qualcosa da raggiungere in futuro. La realtà è qui e ora. E’ molto semplice, ma va oltre qualsiasi descrizione. Non può essere dato né trasmesso, può solo essere conosciuto da ogni persona individualmente.

Quando uno comincia a realizzare o a conoscere che il non-attaccamento è la Via, può capitare che uno senta un forte senso di paura. Sembra quasi che ci sia una specie di annullamento: tutto ciò che penso di essere nel mondo, tutto ciò che considero stabile e reale, comincia a cadere in pezzi; può essere veramente spaventoso. Ma se abbiamo abbastanza fede da sopportare queste reazioni emotive e se lasciamo che le cose sorte svaniscano secondo la loro natura, allora troveremo stabilità non nell’ottenere o nel raggiungere, ma nell’essere – essere svegli, essere consapevoli.


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